Il sentiero Della Leonessa Domenica 16 novembre 2008
Escursione lungo un sentiero evocando un passato di due fortezze secolari, in un territorio boschivo dipinto da colori, odori e leggende.
La storia del " Cavalier Turchino", ha origini antichissime ed è basata sull'incontro tra il Cavalier Turchino e la Morte, che si presenta a lui per mettere fine alla sua vita dissoluta e senza scrupoli.
E' la paura dell'ignoto, dell'aldilà, che tanto caratterizzò il Medioevo, che qui prende forma e si identifica con la morte.
Il tema della morte che assume sembianze umane per presentarsi a coloro che sono giunti al termine della vita e punirli dei loro peccati, è molto diffusa nella tradizione popolare, soprattutto attraverso i famosi "Cunti".
'U Cunto del Cavalier Turchino", presente nelle nostre zone, riguarda l'incontro tra il Cavaliere e la Morte in un ambiente oscuro, illuminato soltanto da lumi ad olio, che emanavano luci di intensità molto diversa tra loro.
Il Cavaliere chiede alla Morte il perchè di quella diversità di luce e la Morte risponde che ogni luce corrisponde ad una persona e l'intensità dipende dal tempo che resta ancora da vivere a quella persona.
Resosi conto che la luce corrispondente a lui era tra le più fioche, il Cavaliere invita la Morte a fare un travaso di olio da altri lumi al suo.
Alla risposta negativa della Morte, il Cavaliere cerca con ogni mezzo di corromperla, ma l'interlocutrice, ferma nel suo proposito, gli concede soltanto altri otto giorni di vita.
Allo scadere dell'ottavo giorno, la Morte arriva e si porta via il Cavaliere.
Altro esempio di questi "cunti" viene dal Cilento e , precisamente, da Lustra e riguarda l'incontro dalla Morte con un giovane.
Sapendo che è giunta la sua ora e che dopo tre giorni dovrà morire, il giovane offre alla Morte, in cambio della sua vita, quella dei suoi due fratelli, poi quella dei suoi due figli e , resosi conto della inutilità delle sue offerte, dichiara che si rinchiuderà in una torre sorvegliata da 100 armati.
La Morte gli risponde che, attraverso la serratura o una qualsiasi fessura, entrerà comunque nella torre per ammazzarlo.
Infatti il giovane" ncapo a tre juorni carette malato, jette la Morte e s'assettao a lu lato".
Anche il cinema si è occupato spesso di questo argomento . come nel famoso film di Ingmar Bergman "Il Settimo Sigillo" che narra di un cavaliere che, tornato in Svezia insieme al suo scudiero, dopo dieci anni di assenza, trova il paese colpito dalla peste ed incontra la Morte personificata. Per ritardare la propria fine il Cavaliere ottiene dalla Morte la possibilità di giocare il proprio destino in una partita a scacchi. Alla fine la Morte vince la partita e si porta via il Cavaliere.
Lo stesso tema troviamo ancora nel film " Brancaleone alle Crociate", dove Vittorio Gassman(Brancaleone) combatte inutilmente con il suo spadone contro il falcione della Morte ed, alla fine, soltanto il sacrificio estremo di una persona cara gli consentirà di sopravvivere e di rimandare l'ora del trapasso.
Appartiene alle tradizioni di Ceppaloni una versione di questa storia, sotto forma di mascherata, con la seguente trama: il Cavalier Turchino, sposatosi con la figlia dell'imperatore di Bulgaria dilapida in poco tempo tutte le sue ricchezze, per poter vivere nella magnificenza e nel piacere.
Per recuperare denaro, allora, costringe i suoi sudditi a pagare nuove e pesanti tasse e , al minimo cenno di ribellione, fa loro mozzare la testa.
Ma anche per il Cavalier Turchino giunge l'ora fatale e la Morte si presenta a lui per rendergli conto di tutti i suoi misfatti.
Invano quest'ultimo tenterà di corromperla, offrendole anche del denaro, invano attraverso la confessione cercherà di farsi assolvere dai peccati commessi.
Alla fine la Morte, inesorabilmente, gli troncherà la testa ed i diavoli si impossesseranno della sua anima.
Una favola antica dai forti risvolti etici, un insegnamento , un'orma, un avvertimento a tanti uomini di oggi che, per sete di denaro o per ambizione, calpestano la dignità altrui e commettono ogni sorta di delitto.
Questo genere di rappresentazione è assimilabile alla famosa mascherata macabra di Dossena, tipica espressione del folklore della valle Brembiana.
L'autore di questa storia pare che sia Donato di Bernardo ; ma l'argomento risale certamente al Medioevo, quando la peste bubbonica imperversò nelle campagne d'Europa e migliaia di persone caddero sotto la falce della " Grande Mietitrice". Molteplici sono i quadri, le sculture, gli affreschi e le opere letterarie che trattano questo argomento, personificando la morte e mostrandola mentre, inesorabile, trascina gli uomini verso un oscuro destino.
E' la famosa "DANZA DELLA MORTE", dalla quale deriva "Il Cavalier Turchino", originariamente come dramma sacro e , successivamente, trasformato in mascherata.
La mascherata è cantata o , meglio, cantilenata e gli interpreti non possono neanche considerarsi degli attori dilettanti in quanto non appartengono a nessuna compagnia teatrale ma , bensì, si tratta di persone che , soltanto una volta all'anno, nel periodo di Carnevale, si raggruppano per dar vita a questo genere di spettacolo.
Le mascherate di Ceppaloni sono entrate a far parte del MUSEO DELLE FESTE E DELLE TRADIZIONI POPOLARI, che è statoinaugurato a Casertavecchia(CE) il 13/03/2005.
Ricerca a cura dell'Ing. Giuseppe Di Donato
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Nella gestualità popolare la mascherata I 12 MESI rappresenta la drammatizzazione simbolica di alcuni aspetti del ciclo annuale, legati alla memoria degli antichi riti della fertilità.
Come vengono personificate alcune feste(Capodanno, Befania, Quaresima e lo stesso Carnevale), così anche i mesi dell’anno divengono personaggi che si presentano ciascuno con le sue caratteristiche, riportati all’unità di tempo e di luogo dal momento rituale.
La rappresentazione imita la successione ordinata dei mesi, con gli aspetti di ognuno ben evidenziati, in modo che questa successione viene propiziata e quasi indotta. Il rappresentare l’evento diviene dunque una garanzia affinchè questo si realizzi. Il testo di questa mascherata varia da luogo a luogo, così come il numero dei personaggi, che, dai 12 di base, sale con l’inserimento di altri come Pulcinella, Capodanno, Carnevale, le Stagioni... fino ad arrivare addiruttura a 32 come nel caso della rappresentazione di Cercepiccola
Ricerca a cura dell'Ing. Giuseppe Di Donato
La storia si origina con la vendetta che Pruta, capo degli inferi, scacciato dal Paradiso, intende portare nei confronti del re cristiano.
La chiave di lettura dell’intera vicenda è l’aldilà che si confronta ai massimi livelli, in uno scontro eterno e sempre attuale tra il bene ed il male e che trova la sua soluzione nel personaggio di S. Martino. Ma il trionfo del bene sul male nel finale non è un miracolo, perchè la mascherata umanizza il divino ed esalta l’uomo semplice ed onesto
Negli ultimi anni è stata rappresentata due volte, nel 1994 e nel 2000, nella magica cornice del castello medioevale di Ceppaloni, che ha contribuito a rendere ancora più suffestiva ed efficace la scenografia .Una notevole mole di lavoro per questa rappresentazione, soprattutto per la costruzione del dragone, lungo circa 8 metri e per il coivolgimento di oltre cinquanta interpreti.
Ricerca a cura dell'Ing. Giuseppe Di Donato
La mascherata si basa sulla
vendetta che la principessa pagana dama Rovenza intende portare nei
confronti di Carlo Magno e dei Paladini di Francia per l’uccisione di
suo fratello Oldauro per mano di Orlando. Di conseguenza ne verrà fuori
uno scontro tra le due fedi, cristiana e pagana, che vedrà impegnati
due eserciti e due abissi infernali, capitanati, questi ultimi, da mago
Malagio e mago Tuttofuoco. I due maghi si affronteranno in un epico
duello che si concluderà con la morte del mago Tuttofuoco per opera di
un fulmine inviato dalle celesti volte per salvare il mago
cristiano(Malagigio). Alla fine lo scontro tra i due eserciti terminerà
con la vittoria dei cristiani sui pagani e, quindi, con il trionfo del
bene sul male, caratteristica questa comune a tutte le mascherate.
Questa
mascherata, ritenuta da molti superiore a tutte le altre per impegno,
per numero di personaggi e per i costi, fu rappresentata, a detto degli
anziani, due volte, nel 1944 e nel 1945. Successivamente il testo,
analogamente ad altri testi di mascherate, andò irrimediabilmente
perduto.
Un appassionato locale, Giuseppe Di Donato, si impegnò per
due anni( dal 1994 al 1996)) ad intervistare gli anziani di Ceppaloni e
dei paesi limitrofi che avevano interpretato questa mascherata nel
passato, riuscendo a ricostruirne il testo e così, finalmente, nel
1996, fu possibile mettere di nuovo in scena questa straordinaria opera
della cultura popolare. A dar vita a questa manifestazione vi furono
oltre 80 interpreti e fu allestito un castello di 16 m di lunghezza,
oltre a varie macchine belliche(catapulta, ariete.... ).
La Storia
a mascherata “La Bella Lesina” può considerarsi appartenente al genere delle “Zingaresche”, rappresentazioni carnevalesche incentrate sul personaggio della zingara che predice il futuro e fa la questua; genere di spettacolo che fiorì nel XV secolo, soprattutto a Roma.
Inizialmente le zingaresche erano una sorta di spettacolino animato da canti, successivamente intere compagnie teatrali si specializzarono per intrattenere il pubblico con spettacoli più elaborati.
Le zingaresche oggi sopravvivono soltanto in alcune località, come in provincia di Lucca, ed alcune di esse sono presenti anche nella nostra cultura carnevalesca come “La Bella Lesina”. Questa rappresentazione è basata sul dramma sentimentale di un cavaliere che è innamorato perdutamente della bella Lesina, ma non è corrisposto perchè quest’ultima ha donato il suo cuore ad un forte e valoroso guerriero.
Il cavaliere , allora, non esita a dannarsi , promettendo la sua anima al diavolo, pur di conquistare la bella Lesina. I diavoli, per procacciarsi l’anima promessa, rapiscono Lesina, ma , alla fine, grazie ad un intervento divino, quest’ultima sarà liberata e si sposerà con il guerriero mentre il cavaliere sarà portato nelle fiamme dell’inferno a sprofondare.
Quindi, nel pieno rispetto delle mascherate, il bene trionfa sul male ed i cattivi vengono severamente puniti.
E’ stata rappresentata negli anni 1999-2003-2004
Ricerca a cura dell'Ing. Giuseppe Di Donato
La Storia
La mascherata “ L’INGANNO DI ROSINA” è certamente tra le più antiche della zona ed era andata completamente perduta ; soltanto nel 1995 , è stata recuperata a Petruro Irpino e poi rappresentata, due anni dopo, nel 1997, a Ceppaloni, dopo oltre 40 anni.
La storia è basata sull’inganno organizzato dalle potenze infernali nei con fronti di una giovane, Rosina, allo scopo di guadagnarsi qualche anima da far precipitare negli inferi. Alla fine , però , l’intervento divino sconfiggerà il male e i demoni saranno costretti ad allontanarsi definitivamente.
L’ultima rappresentazione risale al 2002.
Ricerca a cura dell'Ing. Giuseppe Di Donato
Di essa troviamo tracce già nel 1437, quando il re Alfonso d’Aragona accordò ad Ilaria Scillato e Francesco Orsino, feudatari di Ceppaloni, di tenere nel Feudo di Ceppaloni un mercato una volta l’anno, di domenica, invece che di martedì come prescritto fino ad allora da una concessione precedentemente accordata dalla Regina Giovanna II.
Di questo privilegio accordato da Alfonso d’ Aragona riportato nel Volume della Regia Camera della Sommaria, abbiamo fatto un’ampia ricerca tramite Alberto Verrusio che , purtroppo , ha dovuto constatare che detto volume è andato distrutto durante la II guerra mondiale. Questa fiera successivamente prese il nome di “Porziuncola” perché collegata con l’indulgenza tradizionalmente concessa a tutti coloro che visitavano una chiesa francescana dai vespri del 1° agosto fino ai vespri del giorno successivo.
A testimonianza di questa indulgenza esiste una tela… Il Soggetto della tela, ad olio, è il “Perdono di Assisi”, la solenne indulgenza plenaria concessa il 2 agosto 1216 dalla Vergine a S. Francesco per tutti coloro che si fossero recati alla Porziuncola.
Oggi tale dipinto, in origine raffigurante la Vergine e i Santi, è posto oggi nel presbiterio sulla parete sinistra all’interno della SS. Chiesa dell’Annunziata. Nel 1808 Gioacchino Napoleone, re delle Due Sicilie, con apposito decreto, autorizzò il Comune di Ceppaloni ad avere una fiera dall’ultimo giorno di luglio al 3 agosto d’ogni anno.
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L’organizzazione delle fiere in età Aragonese e la “PORZIUNCOLA” di Ceppaloni.
Nel periodo Aragonese tutte le fiere si svolgevano in una zona determinata,situata all’interno o all’esterno delle mura cittadine.
Le fiere più importanti, generalmente, erano dislocate al di fuori delle
mura cittadine sia per motivi di spazio, che per meglio assicurarsi l’ordine pubblico
Scegliere una località, dentro o fuori della città, ove tenere la fiera, implicava anche il sorgere di rapporti contrattuali inerenti alla sosta di merci e mercanti in detta zona.
Infatti, negli atti relativi alle fiere di Lanciano, dell’Aquila, di Trani, di Barletta, di Bitonto, di Bari, di Salerno, troviamo menzione di <
Questi fitti però, non erano le sole entrate finanziarie che le città ricavavano dalle fiere; in alcune località, ad esempio, si predisponeva una serie di pesi e misure il cui uso veniva poi concesso ai mercanti, dietro versamento d’una data somma. Inoltre, poiché nella maggior parte delle fiere v’era un notevole afflusso di bestiame, nasceva il problema del mantenimento dei capi durante il periodo della fiera. In questi casi venivano stipulati appositi accordi economici circa i pascoli, con il conseguente ulteriore incremento delle economie locali
Gli elementi caratterizzanti una fiera erano i seguenti:
a) la pace di fiera,
b) la franchigia;
c) l’organizzazione interna dei gruppi di mercanti;
d) l’organizzazione del credito;
La pace di Fiera implicava , in senso generico, che, durante tutto il tempo del raduno, si provvedesse ad assicurare la tranquillità pubblica, non solo nel luogo specifico della fiera, ma anche lungo gli itinerari da e per la fiera stessa, e ciò, sia per mezzo d’appositi salvacondotti, sia facendo sorvegliare da apposite milizie le strade, i porti, i passi, sia proibendo le rappresaglie. Importante figura era quella dei mastri di fiera che erano chiamati ad amministrare la giustizia.
I cittadini, che durante la fiera avessero alloggiato, con o senza compenso, dei forestieri nelle loro case, dovevano inviarne i nominativi al mastro di fiera, specificando anche la provenienza dell’ospitato. Ciò doveva servire sia ai fini di polizia che per poter più facilmente reperire i vari mercanti accorsi per la fiera.
La franchigia consisteva in deroghe al diritto comune della città o del territorio ove si teneva la fiera e dove quindi si recavano i mercanti. Oltre l’esenzione dai vari diritti fiscali, comportava, generalmente, la soppressione, a favore dei mercanti forestieri, di certi diritti come quello di rappresaglia e l’arresto per debiti.
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Le fiere
Scegliere una località, dentro o fuori dellacittà, ove tenere la fiera, implicava il sorgere di rapporti contrattuali inerenti alla sosta di merci e mercanti in detta zona.
Infatti, negli atti relativi alle fiere di Lanciano, dell’Aquila, di Trani, di Barletta, di Bitonto, di Bari, di Salerno, troviamo menzione di <
Queste però, non erano le sole entrate finanziarie che le città ricavavano dalle fiere…L’Università di Lanciano predisponeva una serie di pesi e misure il cui uso veniva poi concesso ai mercanti, dietro versamento d’una data somma. Inoltre, poiché nella maggior parte delle fiere v’era un notevole afflusso, nasceva il problema del mantenimento dei capi durante il periodo della fiera.
Importante era “la pace di Fiera”, essa implicava in senso generico, che, durante tutto il tempo del raduno, si provvedesse ad assicurare la tranquillità pubblica, non solo nel luogo specifico della fiera, ma anche lungo gli itinerari da e per la fiera stessa, e ciò, sia per mezzo d’appositi salvacondotti, sia facendo sorvegliare da apposite milizie le strade, i porti, i passi, sia proibendo le rappresaglie. Importante figura era quella dei mastri di fiera che erano chiamati ad amministrare la giustizia.
In tutte le fiere del Regno era presente tale figura.
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