La città di Aleppo in Siria e la provincia del Darfur in Sudan, nel deserto del Sahara, sono accomunate dallo stesso destino: morte, distruzione, epidemie causate dall’egoismo e dalla barbarie umana.
In tanti muoiono ogni giorno per effetto delle bombe aeree e razzi, contenenti agenti chimici, che vengono scaricati sulla popolazione inerme, priva di cibo, acqua, corrente elettrica. Nella regione sudanese del Darfur sono morti, in questi ultimi giorni, oltre 200 civili di cui la maggior parte sono bambini, mentre centinaia di feriti vomitano sangue, hanno la pelle piena di pustole e vesciche, non ci vedono più, non riescono a respirare ( rapporto di “Amnesty International).
E’ una guerra che si protrae da anni e che già ha provocato centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi. Iniziata nel 2003, con una breve tregua nel 2011, la guerra continua ancora e dal 2014 già 400.000 civili hanno perso la casa, i profughi hanno raggiunto la quota di due milioni e sono sparsi in decine di campi –ghetti in pieno deserto dove mancano di tutto e la violenza domina incontrastata, soprattutto sui bambini, privati di qualsiasi istruzione, e sulle donne per le quali lo stupro è usato come arma da guerra.
Sono quindici anni che un popolo di sei milioni di persone muore tra l’indifferenza di tutti, le grandi potenze non riescono (non vogliono?) nemmeno a far arrivare gli aiuti umanitari e quando arrivano, non vengono distribuiti, ma venduti, dai ras delle megatendopoli, all’estero come mangime per gli animali. E per timore che eventuali aiuti economici possano finire nelle mani delle spietate milizie Janjaweed, famose per le atrocità che commettono in Darfur, è impossibile, si dice, per i paesi europei, qualsiasi tipo d’intervento. Intanto uomini, donne, bambini, vecchi continuano a morire nel disinteresse generale.
Aleppo: Una guerra civile iniziata nel 2012.
Una città devastata da bombardamenti che colpiscono un territorio dove vivono circa 300.000 civili che stanno vivendo l’ Inferno in terra. Continui raid aerei uccidono centinaia di cittadini , soprattutto bambini; l’ospedale è stato bombardato con “bombe barili”, bombe artigianali, spesso usate dalle forze del regime di Assad. I convogli umanitari non hanno mai raggiunto Aleppo, città spettrale, per portare aiuti ad una popolazione che sta lentamente spegnendosi. E le grandi potenze? Non riescono a trovare una soluzione per porre fine al massacro perché gli interessi della Russia e dell’America sono forti e contrastanti, per cui hanno pensato più ad alimentare il conflitto che cercare una soluzione . Ma alla grande politica cosa importa se centinaia di miglia di persone muoiono e milioni di persone cercano di lasciare il loro paese per andare dove, possibilmente poter vivere una vita normale. Oggi, la crisi siriana è quella che sta producendo il maggior numero di fuggitivi: 75.000 siriani sono intrappolati al confine col Libano.
Sono le guerre ad alimentare in maniera esponenziale le migrazioni, perché, di fronte alla precarietà, alla povertà estrema, a condizioni di vita disumane, i migranti sperano, sfidando la morte, di poter vivere, lontano dal loro paese, una vita normale che, pur essendo un loro diritto, continua a restare una lontana chimera che, per tanti, naufraga nelle fredde acque del Mediterraneo. Nonostante ciò, l’esodo, purtroppo, non è destinato a fermarsi: ricordo che dall’inizio dell’anno sono sbarcati sulle nostre coste oltre 130.000 migranti di cui quasi 6.000 soltanto nella giornata del ricordo della strage di Lampedusa, quando, il 3 Ottobre 2015, si inabissò un barcone con 368 migranti di cui solo 25 riuscirono a salvarsi.
No! Non era questo il mondo che volevamo.
I Giganti (famoso complesso musicale degli anni sessanta) cantava di mettere fiori nei cannoni perché nel cielo non dovevano esserci … molecole malate, ma note musicali che formino gli accordi - per una ballata di pace, di pace, di pace; cinquanta anni dopo Laura Pausini canta … “il mondo che vorrei – ci sparerebbe fiori – non sentiremo più il suono dei cannoni. Stessi sogni, stesse utopie che sono state sepolte in un campo di papaveri rossi, perché nel mondo pietà l’è morta o, forse, non c’è mai stata.
Beniamino Iasiello