… dorme, dorme sulla collina

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benjaminCi sono notizie che ti annichiliscono. Il mondo cammina e tu ritieni di camminare con lui, di poterlo attraversare sempre indenne perché non pensi mai che quello che succede agli altri possa capitare a te o possa toccarti negli affetti più cari.  All’improvviso vengono a mancare, amici, parenti coi quali hai vissuto una vita intera che, quando viene meno, ti lascia stupito ed incredulo, perché pur sapendo che siamo soggetti alla morte, in quanto si nasce, non metti nel tuo orizzonte che veramente la  fine possa presentarsi in ogni momento e assumere, come in questo caso, la forma di un virus invisibile che non ti lascia scampo e ti condanna in pochi giorni a sofferenze indicibili:  un virus che fa paura, che spaventa, che ti confina, solo,  quasi abbandonato, in un letto d’ospedale  senza che nessuno possa avvicinarsi.  

Mogli e figli impossibilitati a vedere il proprio caro, non poter essergli di conforto, non potergli stringersi attorno, né accarezzarlo e tenergli la mano. Una voce anonima, che ha tenuto i contatti dall’ospedale, durante i giorni di degenza, avverte i familiari a casa che il loro congiunto è morto e comunica quando si terranno i funerali per poter trasportare il feretro a casa.  

 

 

 

 Un cugino, a me molto caro, è morto qualche giorno fa nell’ospedale di Firenze, lì trasferito da Parma. 

Quando gli telefonai, agli inizi della settimana scorsa, mi rispose con una voce stentorea e dolente intevallata da una tosse che non gli permetteva di poter parlare se non con grande fatica e sforzo. Riuscì a dirmi che la febbre era strana perché gli avvolgeva tutto il corpo, diminuiva la febbre ed aumentava la tosse, che, in un crescendo, per l’intera giornata, non gli permetteva di riposare, ma solo di soffrire e di sperimentare il dolore che consuma momento per momento. Lo telefonai ancora alcune volte, cercando di rincuorarlo, di incoraggiarlo, prospettandogli che le cose stavano per mettersi al meglio e che poi, per lo meno altri 20 anni li avremmo vissuti insieme per discutere di filosofia, come spesso facevamo, e dei grandi problemi della vita.

 E poi gli dissi: sai bene che i nipotini stanno aspettando il nonno che torna casa perché sei tu quello con cui vogliono giocare, uscire per andare ai giardinetti, essere accompagnati a prendere il gelato nel parco.

 Qualche giorno fa, il telefono ha squillato a lungo ma nessuno mi ha risposto. 

E’ stato un brutto giorno, perché all’improvviso, come il nastro di un film che si riavvolge, ti ritrovi catapultato negli anni sessanta - settanta quando con un 850 Fiat andavamo al mare a Salerno o quando a Napoli ci si intrufolava al “Salone Margherita” per vedere qualche compagnia di avanspettacolo e ammirare i lustrini delle ballerine. O quando ritornando a Napoli non mi permetteva di fumare in macchina, però, se volevo fumare, e lo volevo perché ero un accanito fumatore, mi faceva scendere e mi aspettava fin quando non avessi finito. 

Soprattutto coltivavamo la stessa passione per Fabrizio De André quando erano ancora in pochi a conoscerlo, e di cui possedeva tutti gli album. Ricordo, era il 1968, quando per un pomeriggio intero ascoltammo il “trentatré giri”, appena uscito, “Tutti morimmo a stento” perché più l’ascoltavi più coglievi la grandezza del cantante poeta che sopravanzava i tempi proiettandosi con i suoi testi nella triste realtà del mondo dei vinti dalla vita. 

Un cugino, un amico vero o come, diceva lui, un fratello con cui ho condiviso un percorso temporale che non credevo dovesse interrompersi in maniera così brusca e dolorosa per lui, per la famiglia, per me e per tutti quelli che l’hanno conosciuto e gli hanno voluto bene.

  Che la terra ti sia lieve. 

 

Beniamino Iasiello

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