Ceppaloni al tempo del coronavirus

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benjaminChe tristezza.

Sembra di vivere in un mondo distopico uscito dalla penna di Josè Saramago … secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono … è di questa pasta che siamo fatti metà indifferenza, metà cattiveria.[1]

Ci siamo rinchiusi in un “IO” solipsistico che ci ha reso simili ad una monade leibniziana senza porte e senza finestre che non può più tendere lo sguardo verso l’orizzonte, perché l’unico che conosce è il suo.

 

 

Non era questo il mondo che la mia generazione voleva lasciare in eredità ai propri figli, ai propri nipoti. Abbiamo capovolto l’utopia in distopia, costruendo una società globale che, ponendo, come valore ultimo del vivere insieme, l’interesse, il profitto, la competizione spietata, l’apparire ad ogni costo, il successo infinito, il piacere esasperato, l’eterna giovinezza, ci ha fatto dimenticare i valori che andavano coltivati perché collanti unici per riconoscerci, non solo nella sventura, come portatori di un progetto che avesse al suo centro l’uomo e il suo ’habitat. Purtroppo, abbiamo scordato cosa è la solidarietà, cosa è l’amore per l’altro, per la natura che è diventata il regno di un dominio assoluto da parte dell’uomo che ha pensato solo a sfruttarla e devastarla incurante che avrebbe potuto rivolgerglisi contro, causando sofferenze e lutti.

Ma la vita umana pare sia diventata una merce che sul mercato non ha più valore, da quando, nel villaggio globale, l’Etica è stata sostituita o soppressa dall’Economia, in nome di un progresso infinito che ha alla sua base una completa cecità, irrazionalità e il disprezzo per la vita umana … molti di voi perderanno i loro cari … aveva sentenziato il primo ministro inglese.

L’uomo dimentica molto facilmente e i politici, sempre alla ricerca di voti e consenso, tendono a minimizzare fenomeni che poi, a breve, diventano bombe pronte ad esplodere, creando condizioni che tendono a diventare quasi incontrollabili: le vicende del mondo, in una sorta di eterno ritorno di nietzschiana memoria, sembrano ripresentarsi sempre identiche sulla scena del mondo. Eppure, l’Italia, in questa esplosione di Coronavirus, aveva davanti agli occhi l’esperienza della Cina, così come la Spagna, la Francia, per non parlare della Gran Bretagna, dell’America che conoscevano il bollettino di guerra diramato ogni giorno dalla nostra Protezione Civile. E non ultimo, per la stupidità mostrata, la Svezia che ancora oggi sta valutando, eventualmente, misure restrittive per i propri cittadini. Nonostante ciò, il mondo si è fatto sorprendere da un nemico che da tempo circolava liberamente senza che nessuno avesse inteso l’enorme pericolo che rappresentava per l’uomo.

Ma c’è un tempo per seminare e un tempo per raccogliere, recita l’Ecclesiaste: oggi è il tempo della coesione e del rispetto delle regole, ma domani qualcuno dovrà pur rendere conto della catastrofe in cui il mondo è precipitato, di questa maledizione che non è caduta dal cielo, dell’esplosione di un virus che comporterà per le nuove generazioni un avvenire incerto e sacrifici maggiori di quelli che i loro nonni sostennero per ricostruire una nazione letteralmente distrutta dopo della seconda guerra mondiale.

In verità, la mia intenzione non era di soffermarmi in riflessioni che hanno bisogno di maggiore approfondimento perché toccano problemi vitali della nostra esistenza umana, civile, politica ed economica, ma solo di presentare alcune fotografie di Ceppaloni – centro al tempo del coronavirus.

Io resto a casa ed esco solo per comprare il giornale e fare la spesa necessaria per sopravvivere.

In queste occasioni ho avuto modo di notare come il paese, noi tutti stiamo rispettando le norme impartite: rispetto della fila, della distanza, della mascherina, dell’entrata scaglionata: non più di tre alla volta, oppure uno alla volta. Al bar[2] - edicola, trovo sempre e solo Nicola che, per i giornali che si vendono nel paese, davvero, sta compiendo un enorme sacrificio. E poi trovo la piazza, che ha conosciuto tempi migliori, completamente vuota. E non sarebbe una novità! Ma questa volta è diverso perché mentre la osservo mi sembra di vederla, insieme con i rami rinsecchiti degli alberi, più vecchia, morente, come se fosse stata colpita da un male che la deperisce giorno dopo giorno. Non è così, certamente, ma la malinconia, lo sgomento che ognuno di noi si porta dentro si riflette anche sul paesaggio, suoi luoghi e su tutto ciò che lo circonda.

Approfittando dell’uscita “quotidiana”, oggi domenica 5 aprile ore 11 e 30, ho voluto scattare alcune istantanee per testimoniare un momento della nostra vita che nessuno avrebbe mai potuto immaginare e che difficilmente i giovani potranno dimenticare.

Cliccare per visualizzare le foto.

 

Beniamino Iasiello

                                                                                                                     


[1] Josè Saramago: Cecità, Ed. Feltrinelli

[2] Il bar è aperto solo per la vendita dei giornali. Entrarvi e non poter prendere un buon caffè è davvero una sofferenza.

 

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