25 aprile 1945 – 25 aprile 2020

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benjamin

Oggi si ricorda il 75° anniversario non solo della liberazione dal nazifascismo, ma anche, dell’l’Italia che si ritrovò di nuovo unita e indipendente; infatti, dopo il 25 Luglio del 1943, con il crollo del fascismo e lo sfacelo dell’8 Settembre, il Pase si era trovato diviso in due tronconi: il Centro – Nord, governato dalla Repubblica Sociale Italiana, fondata da Mussolini, ma, di fatto, sotto il controllo dei tedeschi, e il Sud, liberato dalle forze alleate e, formalmente, guidato dal Re. L’Italia del dopoguerra, isolata e sconfitta era una nazione … in cui, al di fuori delle principali aree urbane, ben poco era cambiato rispetto ai tempi di Cavour. Si trattava di un paese prevalentemente agricolo, caratterizzato da grandi bellezze naturali, da sonnolente città di provincia, da una povertà endemica, soprattutto nel Sud, da una cultura popolare ancora profondamente contadina e dialettale[1].

 

 

Oggi nell’Italia del coronavirus che ha messo in ginocchio una nazione dal punto d vista materiale e psicologico, sempre più si propone il paragone con l’Italia uscita dalla seconda guerra mondiale che fu capace di reagire e ricostruire una nazione le cui condizioni erano semplicemente catastrofiche.

 

 

 

Rispetto alle macerie materiali, psicologiche e ad una miseria sempre più incombente, era necessario mobilitare le risorse … per rimettere in moto l’apparato produttivo per garantire la sopravvivenza a 46 milioni di italiani in un paese che non era in grado di produrre il minimo indispensabile: ricostruire era in ogni modo, e per tutti, il porro unum necessarium (una sola cosa è necessaria).

 

 

 

Era essenziale rimettere in moto l’apparato produttivo che era stato fortemente devastato dai bombardamenti alleati: l’indice della produzione manufatturiera era precipitato, posto 100 per il 1938, a 29,1 e quello della produzione agricola a 67,3. Il sistema economico nazionale si configurava come poco più di un ammasso informe, grandioso e agonizzante … nelle campagne erano andate distrutte o danneggiate abitazioni (41 milioni di metri cubi), 125 milioni di viti, 4 milioni di alberi da frutta e poi opere di bonifica e di irrigazione, attrezzature per la produzione di prodotti agricoli, boschi, prati, seminativi … per un valore che, nel 1947, venne stimato in circa 400 miliardi di lire correnti[2].

 

Infine, la rete dei trasporti e delle comunicazioni era in condizioni pessime: il 60% delle strade era stato messo fuori uso, più di 8.000 ponti distrutti, così come il 25% dei binari ferroviari, il 60% delle locomotive, il 90% delle carrozze viaggiatori e dei carri merci, insieme con 25 Km di gallerie, l’80% delle linee elettriche e al 20 % dei mezzi di trasporto urbano. La marina mercantile aveva perduto l’80% del proprio tonnellaggio, le linee aeree erano completamente fuori uso e i servizi telefonici, telegrafici e postali impossibili da gestire. Oltre il 40% degli edifici scolastici e delle strutture ospedaliere erano inagibili.

 

I danni al patrimonio industriale, meno gravi, ammontavano ad un totale di 450 miliardi, pari al 20% delle attrezzature esistenti nel 1939 con punte più elevate nel settore metalmeccanico ed elettrico. Il PIL pro capite era la metà di quello del 1938, le razioni alimentari erano i due terzi di quelle dell’inizio della guerra. Infine una famiglia su quattro si trovava in condizioni di grande povertà: mancavano cibo, vestiario, alloggi e i livelli del salario reale erano inferiori a quelli del 1938.

 

Vi era stato un peggioramento delle condizioni di vita che andavano da un affollamento abitativo, destinato a crescere col ritorno dei prigionieri di guerra e degli emigrati dalle colonie, alle gravi difficoltà derivanti da un insufficiente razionamento che portava, per chi poteva, a rivolgersi ad un mercato nero che diventava sempre più florido. La dieta, 1747 calorie pro capite quotidiane, era inferiore anche al minimo storico postunitario toccato nel terribile inverno del 1897 – 1898.

 

I consumi erano decisamente inferiori rispetto al 1938 quando un italiano su quattro poteva acquistare un paio di scarpe e un su trenta un abito nuovo … solo un italiano su cinquanta possedeva un’automobile, tre famiglie su quattro non avevano il bagno in casa; per lavarsi dovevano uscire in cortile o sul balcone. I soldi non avevano più valore, mangiati dall’inflazione. Gran parte delle famiglie, tranne quelle che si erano arricchite con la borsa nera, erano rovinate … eravamo un popolo di contadini poveri. Si faceva il bucato al lavatoio, in piedi, o nei corsi d’acqua … non avevamo neppure l’orologio: la vita era scandita dalle campane; ai rintocchi che segnalavano mezzogiorno tutti si fermavano e da casa partivano le donne a portare il pranzo a chi lavorava nei campi. La ricostruzione è uno dei grandi momenti nella storia d’Italia. Bisognerebbe scriverlo con l’iniziale maiuscola: Ricostruzione. Come il Risorgimento, il Piave, la Resistenza. Momenti di riscossa dopo la caduta, di cui essere orgogliosi. Ma oggi il malumore e il pessimismo sono tali che si parla più dei briganti, di Caporetto, di Salò.[3]

 

Sembra di leggere la radiografia del Comune di Ceppaloni (ma anche della stragrande maggioranza dei paesi e non solo del Sud) che, certamente presentava caratteristiche ancora più gravi: le abitazioni erano formate da poche stanze o addirittura da una sola, all’interno della quale, a volte, si svolgeva una vita promiscua con gli animali (maiali, pecore …). L’unico mezzo per riscaldarsi era fornito dal camino che era privo di canna fumaria, per cui il fumo si diffondeva nelle stanze in maniera così fitta che, quasi sempre, con gli occhi che lacrimavano abbondantemente, era difficile distinguere i volti delle persone. Erano case prive di bagno, di energia elettrica e la mancanza d’acqua potabile, costringeva le donne a riempire i recipienti, la “conca”, nei pochi fontanini che si trovavano nelle piazze del Comune dove bisognava aspettare, a volte anche per ore, il proprio turno per poi ritornare nuovamente con un nuovo contenitore da riempire. Per poter lavare i panni e le lenzuola le donne del capoluogo si recavano al fiume “Sabato” che distava (e dista) circa tre Km. dal paese.

 

Tempi difficili e oggi nemmeno immaginabili dalle nuove generazioni, ma, nonostante tutto, la popolazione guardava avanti cercando di intravvedere i colori della primavera e della speranza, per sé e per i propri figli, che facessero dimenticare il “nero” della morte, perché il tempo migliore non è quello in cui si vive meglio, ma quello in cui le speranze sono più grandi

 

Una Nazione profondamente ferita che, in pochi anni, riuscì, con l’aiuto dell’America (Piano Marshall),[4] a ricostruire un forte tessuto economico fino a diventare la settima potenza economica mondiale. Basti pensare che tra il 1948 e il 1958 il Pil crebbe del 5,7 all’anno e tra il 1958 e il 1961 del 7,55, grazie ad una alta produttività, bassi salari e accesso ai prodotti di consumo di massa. E l’anno seguente vi fu un forte sviluppo dell’occupazione che, in maniera inaspettata, scese sotto la soglia, detta “frizionale”, del 3% segnando, in pratica, il raggiungimento della piena occupazione.

 

Ecco l’Italia liberata … che non ha paura … che lavora ... che resiste … che non muore ... come canta Francesco De Gregori in Viva L’Italia. Anche questa volta come l’’Araba fenice troverà la forza per risorgere dalle sue ceneri; per venire fuori da questa notte buia che ha bisogno dell’impegno e della forza di tutti. L’Italia lo deve ai tanti che nella solitudine di una stanza, di un corridoio d’ospedale o di una tenda da campo hanno perso la vita in maniera disumana. La memoria di quel tempo, come ha detto il Presidente della Repubblica, deve servire per dare al paese l’energia positiva per affrontare la fase del rilancio post Covid – 19. E sono certo che ancora una volta l’Italia ce la farà perché nei momenti difficili ha saputo trovare, soprattutto in sé stessa la forza, l’intelligenza per combattere e vincere.

 

Insieme ce la faremo.

 

Perché io e tantissimi altri della mia generazione non riteniamo di far parte di quella cultura dello scarto, condannata senza appello da Papa Francesco, ma pensiamo di essere i “custodi” di un tempo passato, la cui conoscenza è basilare per agire nel presente con la consapevolezza di muoversi per la ricerca di un bene comune che sia fondamento per il benessere di tutti.

 

Beniamino Iasiello 

[1] Paul Anthony Ginsborg: Storia d’Italia. vol. I°- pp.IX - X

[2] Storia della Repubblica Italiana- 1° volume, Einaudi

[3] Aldo Cazzullo: Giuro che non avrò più fame. L’Italia della Ricostruzione - Mondadori 2018

[4] George Marshall, Segretario di Stato americano, il 5 Giugno del 1947 annunciò l’attuazione di un piano economico - finanziario per accelerare la ricostruzione in Europa. L’Italia, nei quattro anni di durata del piano, 1948 - 1952, ricevette la cifra di circa mille e cinquecento milioni di dollari corrispondenti ad oltre 20 miliardi di lire.

 

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