di Nino Russo
Su Benevento e dintorni s’è abbattuto il tornado “Cloralix”: sequestrati 12 impianti di depurazioni: funzionavano al contrario; 33 avvisi di garanzia ai responsabili della Ge.Se.Sa, azienda del Gruppo romano Acea, a sindaci, funzionari comunali e al titolare di un laboratori d’analisi d’Apollosa già indagato ma per il quale il gip aveva negato (!) le indagini preliminari. Respinta anche la richiesta di arresti domiciliari per l’ex ad dell’azienda per la gestione della rete idrica beneventana, responsabile del disastro ecologico. Sorprendentemente anche questa volta viene ignorato il tratto del Sabato che attraversa la parte più industrializzata della provincia di Avellino: Montella, Solofra, Serino, Avellino, Atripalda, Altavilla Irpina, e il territorio di Ceppaloni: forse gode del diritto di extraterritorialità? C’è curiosità, attesa ma anche scetticismo sugli sviluppi di un’inchiesta partita più volte (vero dottor Maddalena?) ma mai arrivata al dunque. Il ruolo di “Ceppaloni info” che da anni denuncia il degrado dei due fiumi – vera e propria bomba ecologica - e i suoi tragici effetti su salute e ambiente. Non ci resta che attendere, sperando che questa sia la volta buona.
Sabato 15 maggio 2020, “terzo mese di quarantena al tempo del coronavirus”, a partire dalle 14, comincia a precipitarmi addosso, via web, una valanga di notizie su un’indagine in corso denominata “Cloralix”, avviata dalla Procura di Benevento e che ha portato al sequestro di 12 depuratori e all’invio di 33 avvisi di garanzia. Respinta (!) dal gip, Loredana Camerlengo, qualsiasi richiesta di arresti domiciliari dell’inchiesta. Tutto ruota intorno alle attività della Ge.Se.Sa., società sannita che gestisce i depuratori e vede coinvolti un sindaco, diversi funzionari comunali e il titolare del laboratorio di analisi “Tecnobios” di Apollosa, elemento fondamentale per consentire a GeSeSa di lucrare sulla merda sversata nei due fiumi riducendoli sempre più, a condizioni di cloache. A tutti sono stati contestati i reati di inquinamento ambientale, frode nelle pubbliche forniture, truffa aggravata, gestione illecita di rifiuti, scarichi di acque reflue senza autorizzazione, abuso d’ufficio e falsità ideologico. In poche parole, a Benevento e dintorni accade (da decenni) che impianti usati per ripulire e riportare allo stato “petrarchesco”, cioè “chiare e fresche”, le acque dei fiumi, in realtà le inquinavano favoriti dalla complicità di rappresentanti politici, tecnici di diversi enti locali e titolari di laboratori d’analisi. Ora c’è solo da sperare che ci sia davvero “quel giudice a Benevento”, atteso invano da anni, e che faccia finalmente luce sul disastro ambientale (irreversibile?) subìto dal nostro territorio.
Proviamo a capire il sistema Ge.Se.Sa.&C. In premessa ricordiamo che la “dependance” sannita è un satellite del mastodontico e chiacchieratissimo Gruppo Acea, “multiutility”, di proprietà del Comune di Roma (“Roma capitale”) per il 51%. Tra i soci di Acea è presente anche il costruttore Francesco Gaetano Caltagirone, proprietario del Mattino di Napoli. Fino allo scorso anno, voluto espressamente dal sindaco Virginia Raggi, “dux” incontrastato di Acea era quel Luca Lanzalone, controverso professionista genovese, finito stritolato (e agli arresti) essendo coinvolto in un filone d’inchieste che comprendeva tra tanti progetti, la costruzione del nuovo stadio della “Roma”.
Il sistema operativo di Ge.Se.Sa era d’una banalità criminale elementare: tutte le volte che si verificava una rottura dei depuratori, si evitavano le riparazioni “e addirittura – è agli atti – si adottavano fraudolenti espedienti finalizzati a mascherare le inefficienze degli impianti, che finivano per cagionare ulteriore inquinamento dei corsi d’acqua”. Al resto provvedeva il laboratorio “Tecnobios” addetto al confezionamento di analisi ad hoc e i rappresentanti di enti locali che rilasciavano false autorizzazioni. Pare che la chimica in questa vicenda sia servita un sacco. Quando le acque da depurare diventavano più inquinate del solito, si risolveva il problema con abbondante utilizzo di sostanze decoloranti. La conclusione dell’ordinanza è che “con tale condotta venivano tutelati unicamente gli interessi privatistici di carattere economico della società di gestione idrica”. Cioè la Ge.Se.Sa risparmiava i denari per le riparazioni ma incassava regolarmente le bollette come se tutto fosse regolare. E che tutto risultasse in ordine era compito di sindaci e funzionari comunali i quali certificavano il funzionamento degli impianti con attestati di regolarità, ovviamente falsi. Le indagini della Procura hanno consentito di riscontrare una presenza diffusa e massiva di scarichi diretta dalle fogne nei corsi d’acqua che attraversano i Comuni di Benevento, Telese, Frasso Telesino, Melizzano, Castelpoto, Forchia, Sant’Agata dei Goti, Morcone. L’elenco del materiale inquinante sversato è un mix micidiale di veleni: solidi sospesi, alluminio, piombo, elevate concentrazioni di azoto ammoniacale e azoto nitrico e, per non farsi mancare proprio nulla, la famigerata “escherichia coli”, devastante per l’apparato digerente, con livelli ben oltre i limiti previsti dalla normativa vigente.
Resta però ancora, inesplorata e negletta, una questione di non poco conto. Ben venga l’inchiesta “Cloralix” e quello che ne seguirà (se seguirà…). Però ci chiediamo quali siano le ragioni per le quali la Procura di Benevento ha ritenuto di indagare solo la parte sannita del percorso dei di uno dei due fiumi (il Sabato e solo per il tratto del suo corso che attraversa Benevento: dallo Stadio fino alla confluenza con il Calore in località Pantano). Eppure, il corso del fiume si snoda, per la stragrande maggioranza dei suoi 50 chilometri di lunghezza, in territorio irpino e attraversa città con discreta presenza di industrie come Montella, Solofra, Serino, Avellino stessa, Atripalda e Altavilla Irpina. Di territorio sannita interessato direttamente dal percorso del Sabato c’è solo quello di Ceppaloni sannita (gli altri, san Nicola Manfredi, sant’Angelo a Cupolo sono lontani dalle sponde). Ebbene, lungo tutto questo percorso, le acque del Sabato appaiono del tutto simili, se non addirittura più compromesse, a quelle che attraversano Benevento. Perché dunque, si evita ancora di indagare anche sui depuratori (se mai ve ne fossero) e i loro gestori, della provincia di Avellino? Tra le altre cose, come abbiamo più volte fatto notare nei nostri precedenti articoli sull’argomento, una verifica seria e corretta sull’origine e natura di questo devastante inquinamento, dev’essere fatta obbligatoriamente da quando il Sabato, lasciata la montagna (il monte Terminio) comincia il suo tortuoso (e puzzolente) viaggio in pianura. Sarebbe prassi investigativa elementare risalire alle origini, vero dottor Watson, e scoprire se funzionano regolarmente i depuratori irpini e se il Sabato inizia il suo “tuffo” nell’inquinamento massivo già a partire dai suoi primi chilometri. Magari si potrebbe scoprire, e ciò ci sembra fondamentale in un’inchiesta davvero completa, dove versano i loro liquami le industrie delle pelli di Solofra (è uno dei quattro principali poli di concia italiani), gli indotti automobilistici di Avellino, Pratola Serra, le industrie alimentari e della ceramica di Atripalda e Altavilla Irpina. E se si tratta di liquami depurati o invece del tipo di quelli “trattati” nel Beneventano. Anche perché le acque del Sabato che attraversa la campagna di Ceppaloni, ci appaiono inquinate come e forse più di quelle del Sabato che confluisce nel Calore…
E con la pura cronaca abbiamo finito. Ora è il momento della nostalgia. Ricordate, ceppalonesi, popolo mio, il “nostro” Sabato? Ci facevamo i bagni da ragazzi; nelle sue acque abbiamo imparato a nuotare: ‘o pescone, ‘o pescone luongo…’a palata.. I nostri genitori vi pescavano di tutto: trote, tinche, anguille… Le donne ci lavavano i panni. Roba di oltre mezzo secolo fa. Da allora quelle acque sono diventato un monumento al disastro ambientale più scandaloso. Esse scorrono trascinando liquami inquinanti, veleni mortali per l’uomo e la natura. Non c’era bisogno dell’indagine “Cloralix” per scoprire questa realtà con la quale conviviamo da decenni e che, quasi certamente, è concausa di un’aumentata incidenza di particolari patologie tumorali. Ma adesso è arrivata questa nuova inchiesta, coordinata dalla Procura di Benevento. E noi, vogliamo dare fiducia ai magistrati beneventani, almeno per quest’ultima volta. Ma restiamo vigili poiché le delusioni patite sul tema del degrado ambientale, con particolare riguardo ai corsi d’acqua del Sabato e del Calore, tra i più inquinati del mondo, sono state molte e insostenibili. Tutti ricordiamo la monumentale “opera” del pm Maddalena, durata anni, sempre pronta per istruire un processo contro i sindaci di numerosi Comuni del Beneventano (sempre però con la sorprendente esclusione di Ceppaloni e Chianche…) ma tutte finite invariabilmente nel nulla. Vaporizzate. Certo, conosciamo la difficoltà di esercitare, con indipendenza e autonomia, il ruolo di magistrato alla procura di Benevento: troppe le pressioni esterne in un ambiente ristretto, dominato da vecchi ras della politica clientelare, detentori di un controllo sociale e politico serrato, asfissiante. Però noi speriamo sempre che alla fine, il giusto giudice ci sarà anche qui.
P.s. solo per ricordare l’impegno di “Ceppaloni info”, vi elenco alcuni titoli di precedenti articoli di denuncia dell’inquinamento di Sabato e Calore, apparsi negli anni su questo sito (uno anche su Ottopagine) a partire dal 2012: “Inquinamento, s’allarga la consapevolezza dei danni”, “Fiaccolata per i danni alla salute provocati dall’inquinamento dei fiumi”, “Spettro Gomorra per il Sannio: allarme ecomafie”, “Dalle rovine dell’alluvione può partire il Rinascimento Sannita”. “Dove sono nascoste quelle bombe ecologiche”? Superfluo dire che la firma sotto quegli articoli è sempre la stessa: la mia.