De Gregori, Guccini e il … “menestrello” Dylan
Il panorama musicale nazionale ed internazionale ci ha regalato, in questi ultimi mesi del 2012, il tributo a Giorgio Gaber di cinquanta artisti italiani, un album di Eros Ramazzotti, dei Negramaro, di Franco Battiato( novello assessore alla cultura della Regione Sicilia),voglio soffermarmi, però,su due dei più grandi cantautori italiani: Francesco de Gregori e Francesco Guccini. Chissà , forse per affinità , perché , insieme con pochi altri cantautori ,davvero sono stati la colonna sonora che ha accompagnato me e molte generazioni di giovani per oltre quaranta anni.
Ma anche perché ci hanno accomunato gli stessi sogni, le stesse illusioni, la fede in un mondo migliore che l'uomo avrebbe dovuto e potuto costruire, ma i sogni svaniscono all'alba e le illusioni si sono rivelate fatue chimere. Il mondo è cambiato, ma non come noi giovani( allora!) volevamo, è andato in una direzione “ostinata e contraria” dove i valori della solidarietà , della giustizia sociale, delle pari opportunità sono stati sopraffatti da un individualismo ed economicismo esasperati che hanno finito con l'allargare ancora di più la”forbice” tra quelli che hanno e coloro che possiedono niente o poco, oltre lo “ smottamento” come ha ben fotografato il Presidente del CENSIS Giuseppe De Rita, del ceto medio a seguito della grave crisi economica che ha investito l'Italia e l'Europa . Si è costruito un mondo dove la guerra domina sovrana, continenti interi sono stati e continuano ad essere semplicemente sfruttati, senza permettere nessun miglioramento delle condizioni materiali di vita di milioni di persone che muoiono per fame e stenti e tra questi, centinaia di migliaia di bambini il cui unico loro torto è stato di nascere nel Continente sbagliato. Volevamo cambiare il mondo e il mondo ha cambiato noi ,che pare, quasi inconsciamente, non stessimo aspettando altro per poter entrare a far parte di una società che a parole disprezzavamo, ma alla quale,in fondo, inconsciamente, aspiravamo e della quale volevamo essere protagonisti. Ma, lasciamo ad altri queste analisi di carattere psico-sociologico per ritornare ai nostri cantautori che hanno segnato una epoca , credo, irripetibile non soltanto del panorama musicale, ma della società italiana pervasa, agli inizi degli anni sessanta, di moralismo e falso perbenismo , ma che marciava per l' affermazione di una nuova soggettività e di nuovi diritti. I due album:“Sulla strada” di Francesco De Gregori e “ L'isola di Thule” di Guccini, sono ancorati a forti riferimenti letterari, (“On The Road” di Jack Kerouac, ritenuto il capostipite della generazione “beat”) e mitologici, per” l'Ultima Thule”, isola mitica di cui, nei suoi appunti di viaggio, già nel 330 A.C., ne parlava il greco Pitea e ne parlerà , alcuni secoli più tardi, anche il poeta latino Virgilio; in effetti, come le “ colonne d'Ercole”, Thule rappresenta l'ultima delle terre conosciute al di là della quale, per Guccini, si spalancano le porte dell'Infinito. Ho ascoltato il nuovo lavoro di De Gregori come si ascoltano tutti quelli che, sei certo, hanno sempre qualcosa di nuovo da raccontare, altrimenti preferiscono ascoltare. Questo CD, composto da nove canzoni e che con il libro di Jack Kerouac ha in comune soltanto il titolo, ritroviamo il De Gregori migliore che passa dal rock, al rebetiko (fa parte della musica tradizionale greca), al valzer e si serve dell'aiuto prezioso di Nicola Piovani, direttore degli archi, in “ Guarda che non sono io” e di Malyka Ayane come seconda voce per “Omero al Cantagiro e Ragazza del 95”. Attraversa con le sue canzoni il mondo delle emozioni dell'uomo e in “ La Guerra”, mi sembra di cogliere parecchi riferimenti al mondo poetico di Fabrizio De Andrè che vanno dalla “Guerra di Piero, a “ Fila la lana” a“La ballata dell'eroe”: il campo, la valle, la donna che aspetta sola ,sola – nel suo letto abbandonato ed ancora: per essere partiti chi ci ringrazierà – per essere tornati chi ci saluterà – per essere partiti chi ci ricorderà – per esserci salvati chi ci perdonerà ? F. De Gregori resterà ancora s”ulla strada” per regalarci altre meravigliose storie,ma il 2012 si sta rivelando anche l'anno dei “ ritiri eccellenti” sia dal mondo della letteratura, il grande scrittore americano Philip Roth( in attesa di un “ Nobel” per la letteratura che sembra non arrivare mai), che dallo sport, dal cinema e dal mondo musicale. Dopo, circa cinquanta anni, pare proprio che Francesco Guccini voglia tornare alla occupazione che in questi ultimi tempi preferisce: quella dello scrittore dove sta riscuotendo anche un discreto successo, senza dire che già l'anno scorso, Ivano Fossati, un altro grande del nostro panorama musicale, dichiarò che “Decadancing”( nomen omen) era da ritenersi il suo ultimo lavoro. “L'Ultima Thule” è composta di otto brani dove si canta di politica “ Il Testamento del Pagliaccio”: muore intossicato dai sogni di democrazia - rifiuta i compromessi e le bugie … quello che l'ha ridotto a questo punto – le utopie, i sogni, i desideri vani, ancora di partigiani in “Quel mese di Aprile”, ma soprattutto c'è “ “L'ultima volta” che vedrai il sole – nell'albeggiare e la pioggia ed il vento soffiare- e il ritmo del tuo respirare che pian piano si ferma e scompare“, che è la linea d'ombra tra il passato e il presente perché” il “futuro” è “L'ultima Thule” che attende al Nord estremo, regno di ghiaccio eterno senza vita, cioè il viaggio finale che F. Guccini, in una sorta di testamento spirituale, traduce in maniera poetica …. ecco, me ne sono innamorato perché è riuscito ad esprimere, con serenità e distacco,il senso di una vita che si sta avviando inesorabilmente al di là dell'Isola di Thule dove sono certo, canta Guccini, inizia un viaggio verso l'infinito dove: dentro il fiordo si- perderà in un 'ultima canzone – di me e della mia nave anche il ricordo” . Sono canzoni di rara bellezza che riescono a coinvolgerti emotivamente e l’album,davvero bello, mostra la grande capacità che Guccini possiede di saper leggere la realtà che lo circonda e la sensibilità nel penetrare gli aspetti più reconditi dell’animo umano”, perciò, spero, come cantava nell’” Avvelenata”che continui ancora a raccontare per chi vuole ascoltare.
Il suo addio è racchiuso in undici strofe dove canta, a mio avviso, non soltanto di sé, ma di una intera generazione che ha perso così, come già Giorgio Gaber in “ Una razza in estinzione”del 2001. Guccini, nel guardare indietro alla propria vita avverte un senso di solitudine, di sogni e di utopie fallite miseramente...Io che tornavo fiero ad ogni porto ...non sono più quello – e non ho più il coraggio di veleggiare – su un vascello morto … dov’è la forza che ci circondava? Ora si è spenta ormai- sparita via- dove “anche la speme, ultima dea” è fuggita, è scomparsa Ma, per chi decide di lasciare, senza amarezze e rimpianti ma con tanti ricordi, c'è chi, pur avendo la stessa età di F. Guccini, ed essere stato un protagonista (e continua ad esserlo) indiscusso della scena musicale internazionale da oltre cinquanta anni si presenta con un nuovo CD dal titolo “ Tempest” dove ancora una volta riesce a sorprendere per come canta, una voce sempre più cavernosa e a volte stentata come se avesse bisogno di essere spinta per uscire fuori, per ciò che canta e per la voglia di non arrendersi al tempo con le sue storie, con le sue ballate alla ricerca non di qualcosa o di qualcuno, ma di un archetipo nel quale tutti possano riconoscersi. Il CD è composto da dieci canzoni tra le quali svetta su tutte ,per me,” Scarlett Town “insieme con Duquesne Whisltile, Early Roman Kings, poi c' è “Tempest” che racconta in oltre quindici minuti e oltre quaranta strofe, il naufragio della nave da crociera “Titanic” che rappresenta il naufragio e la morte non soltanto delle vite umane, ma l'inabissarsi della speranza e del destino immutabile che incombe su ognuno di noi: .. la nave stava andando a fondo- l'universo si sta spalancando – la notizia giunse via telegrafo – e colpì con forza mortale- l'amore aveva perso la sua fiamma – Tutte le cose avevano seguito il loro corso.
E' un album che canta la miseria e la grandezza dell'uomo tra storie di fallimenti, di vite senza speranze, di atti eroici e di amore, ma, soprattutto del destino contro cui niente può la libertà dell'uomo.
Certamente , “Tempest “resterà tra i migliori lavori del “ menestrello”, anche se ritengo che “ Modern Times”, del 2006, abbia una marcia in più.
Beniamino Iasiello

