Sogno di una notte di mezza estate
No
Niente a che vedere con la commedia scespiriana da cui ho tratto solo il titolo per narrare una storia che un caro amico qualche tempo fa mi raccontò. E ancora, dopo qualche mese, mentre la narrava, mostrava i segni della sofferenza, ma anche di liberazione, con cui aveva vissuto quel momento.
La memoria, anche attraverso il sogno, a volte, fa dei brutti scherzi perché all’improvviso ti scaraventa in un tempo lontano riportando alla coscienza, tale è la forza espressiva e comunicativa di alcune immagini oniriche, ricordi così precisi e vividi che si ha la sensazione di viverlo come realtà presente.
Accadde, iniziò a narrare, che un giorno, mentredormiva nella sua stanza, una porta, molto lentamente, si aprì e vide avanzare una figura che in un primo momento non riconobbe. Timore, curiosità mista astupore lo portarono ad alzarsi subito e, ancora tra veglia e sonno, sentì una voce chiamarlo col nomignolo che gli era stato affibbiato da bambino. E’ passato tanto tempo, continuò la voce, e volevo rivederti, ascoltare la tua voce, sapere di te, della tua vita … e se i tuoi sogni si sono realizzati … hai una famiglia, dei figli. Nel sentire quella voce, fu tale il senso di smarrimento che fu costretto ad afferrare la sedia accanto al letto per evitare di cadere.
Era la voce di suo padre. Morto da oltre 20 anni!
E’ un sogno pensava! ma la fisicità della presenza non lasciava adito a dubbi: era vivo e lo invitava ad uscirecon lui; ma appena aperta la porta, come “Alice nel paese delle meraviglie”, si ritrovò in un luogo che, a prima vista, non riconobbe, ma che aveva qualcosa difamiliare: era il suo paese, quello in cui lui aveva vissutogli anni giovanili fino al momento in cui era “scappato”per rincorrere e concretizzare le sue aspirazioni, per realizzare la sua vita. Fu preso da un senso di vertiginenel rivedere la stessa piazza, le stesse strade, la stessa gente di allora: come era possibile! Riconobbe persone che la sua memoria aveva completamente dimenticate: contadini che tornavano dalla campagna con le pecore e il secchio di prugne o di fichi, incalliti giocatori di tressette capaci di fare l’alba con un tavolino e le sedie che il barman gli lasciava fuori dal locale dopo averlo chiuso. Continuava a ripetersi che era un sogno, ma la realtà esterna, il calendario gli mostrava che era l’anno di grazia 1960. Vide i suoi amici, adolescenti, che correvano, gridavano, giocavano con spade fatte con rami divelti dagli alberi; giocavano a nascondino, a due contro cinque, si impegnavano a vincere il “giro d’Itala”, e per bici … i tappi di birra o di gazzosa, su un percorso accidentato e molto difficile disegnato col gesso sul terreno o qualche superficie liscia. E, ancora, impegnarsi spasmodicamente nel cercare di vincere quanti più “giocatori” era possibile: la sfida consisteva nel mettere sul “piatto” le figurine della “Panini” e giocarsele cercando di capovolgerne, poggiandole, generalmente, su una superficie piana, con il famoso “cuoppo” o schiaffone, il più possibile. Che stava succedendo? Aveva oltre 50 anni e da tempo non facevaritorno al paese, ma ricordava che esso aveva subito molti cambiamenti, mentre quello che stava mirando eradavvero il vecchio paese degli anni 60! All’improvviso fu preso da sgomento perché … e se non fosse un sogno? E se davvero fosse il 1960?
E se fosse stato “teletrasportato”, come avviene nel film “Star Trek”, e in questo viaggio nel futuro, avessevisto fluire la propria vita fino al limite della vecchiaia?Ma conoscere con anticipo la propria vita, raccontava l’amico, significava poter intervenire per modificarla così da costruire le condizioni per diventare un protagonista della piccola e grande storia e non un personaggio … in cerca d’autore!
Mentre si perdeva, però, dietro le sue fantasticherie ed elucubrazioni, si rese conto di essere rimasto solo; tuttoera svanito, ritrovandosi così sveglio e madido di sudorenel proprio letto nell’anno del Signore 2020. Non riuscì più a dormire, ansia ed angoscia si erano impossessati del suo essere, ma, soprattutto, si colpevolizzava perché, ancora una volta, per rincorrere le sue fantasie, avevaperso quel momento prezioso per poter dire a suo padre di aver capito, nonostante incomprensioni e conflitti generazionali, come la sua presenza, a volte silenziosa, altre energica, aveva plasmato la sua personalità che risentiva dell’insegnamento, dell’esempio di una vita vissuta in un tempo quando il valore non era una parola vuota e retorica, ma era densa di un significato antico che lo scorrere del tempo non era riuscito a scalfire. E che, forse, rendeva l’esistenza degna di essere vissuta.
Capì in quel momento il significato catartico di ciò che gli era capitato: la sofferenza dell’esperienza onirica, aveva liberato il suo animo da ricordi che a volte possono rendere la vita psichica, ma anche fisica, abbastanza complicata.
Una storia vera che l’amico mi ha autorizzato a pubblicare perché entrambi pensiamo che la figura paterna, la famiglia, giuochi, anche oggi, a dispettodella narrazione corrente, un ruolo fondamentale nel rapporto relazionale che si instaura con il bambino e con gli altri, quale fondamento di una sana e corretta crescita.
Beniamino Iasiello

